Amir Honarmand
Disinnescare la paura [ENG]
Disinnescare la paura [ENG]
Mattia
Benvenuti a un nuovo episodio di Voice Over, io sono Mattia di Tefteri Media, e oggi sono in compagnia di Amir Honarmand, regista di Full Fat, corto in competizione nella selezione internazionale qui a Short Out. Grazie mille per essere qui. Per cominciare, come stai? Com’è stato il primo impatto con questo posto incantevole?
Amir
Ciao a tutti, e grazie per l’invito. Sono molto contento di essere qui.
La prima impressione qui è stata fantastica. La villa è incredibile, tutti sono molto amichevoli e il festival sembra molto ben organizzato. Quindi sono veramente felice di essere qui.
Mattia
Ottimo. Parliamo subito del tuo film. Il tuo corto mostra uno spezzato quotidiano della vita di Teheran che non vediamo spesso sul grande schermo. In vari momenti, la scrittura e le eccellenti performance dei protagonisti rivelano abilmente le loro vulnerabilità e le fatiche del loro vissuto. Come ti è venuta l’idea di trasformare la scena di un furto in una commedia?
Amir
Beh, in realtà è una storia davvero strana. Mio fratello è stato rapinato mentre tornava a casa dal lavoro. E mentre ce lo raccontava sembrava davvero sconvolto. Ci stava spiegando cos’era successo e in pratica è come se avesse cercato di negoziare con il rapinatore per riavere indietro alcune delle sue cose. Io l’ho trovato davvero divertente. Cioè, mentre raccontava lui non stava ridendo, eppure la storia era davvero divertente.
Ecco, è così che è iniziato tutto: ho pensato a come poter sviluppare questa storia in qualcosa di più. E se diventassero più amichevoli e si conoscessero già da prima, e se venissero fuori vecchie storie e si riaprissero vecchie ferite? Quindi, sì, è così che è iniziato tutto. L’innesco è stato lo sfortunatissimo incidente di mio fratello.
Mattia
Nel tuo film, i personaggi si ritrovano a organizzare una riunione insolita tra ex compagni di scuola. Ti è mai capitato di trovarti in una situazione simile, a fare i conti con le vite di persone che non vedevi da molto tempo?
Amir
Assolutamente sì. Penso che tutti abbiano vissuto un’esperienza simile, quando ci si ritrova con i vecchi compagni di scuola: ci si è allontanati gli uni dagli altri, ad alcuni va davvero bene e ad altri invece no. Il nome del ladro è in realtà tratto da uno dei miei compagni di classe di tanti anni fa.
Era molto talentuoso. Frequentavamo la scuola d’arte. Io studiavo grafica e lui pittura, ed era davvero di grande talento. Ma aveva questo lato violento, e picchiava sempre gli altri ragazzi, era un ragazzo problematico. Anni dopo, qualcuno mi ha detto che quel ragazzo aveva finito per accoltellare qualcuno. E la sua vita è davvero cambiata in peggio.
Così ho preso il suo nome di battesimo per dare un nome al ladro. Proprio perché, sapete, per me è una cosa molto personale: conoscevo quel ragazzo ed è realmente finito in prigione, alla fine non tutti vivono allo stesso modo.
Mattia
Com’è stato girare in Iran? Che ostacoli avete incontrato durante la produzione?
Amir
Ho già girato alcuni cortometraggi in Iran. E il processo non è così complicato come si potrebbe pensare. Perché di solito cerco di rispettare le norme il più possibile: richiedo sempre tutte le autorizzazioni possibili, solo per andare sul sicuro, perché non si sa mai cosa può succedere. Quindi sono stato fortunato.
Non mi è successo nulla. A parte forse il fatto che in uno dei nostri permessi per la scena della rapina avevamo indicato il nome del parco sbagliato. Così è arrivata la sicurezza e ci ha detto: «Non avete il permesso per girare qui». E io ho risposto: «Sì, ce l’abbiamo. Abbiamo tutti i permessi». E lui: «No, questo è il parco sbagliato, questo non è lo stesso parco. E questa è una proprietà privata. Quello per cui avete ottenuto il permesso era un parco pubblico». E così abbiamo dovuto pagare un supplemento. Insomma, una seccatura che ci ha fatto perdere ore di tempo. Ma a parte questo, niente di grave.
Mattia
La situazione politica in Iran rimane al centro dell’attualità mondiale. Proprio oggi, gli Stati Uniti di Trump hanno effettuato nuovi raid aerei su Teheran. Ho letto che il direttore di produzione di Full Fat, Javad Ganji, è stato colpito da un proiettile ed è mancato durante le proteste di quest’anno.
Che impatto ha avuto la sua morte sulla troupe e sul proseguimento del percorso di questo film? Qual è la situazione attuale dei cittadini iraniani? Cosa ne pensi e come stai affrontando la situazione in questo momento?
Amir
Beh, c’è molto da raccontare. Javad Ganji è stato ucciso durante le proteste in Iran a dicembre, e ovviamente è stato uno shock per tutti, per l’intera troupe. Soprattutto in quel momento, perché Internet era stato interrotto, non c’era modo di comunicare e non riuscivo a contattare nessuno.
Così la nostra supervisor alla sceneggiatura mi ha chiamato all’improvviso e mi ha detto: «Ehi, sai cosa è successo a Javad?». E io ho risposto: «No». E lei ha detto: «Sì, gli hanno sparato ed è morto ieri sera». È stato devastante, ovviamente. E avevo parlato con lui di recente, forse una o due settimane prima di quell’incidente.
E ovviamente non era solo lui. C’erano molte altre persone che hanno perso la vita durante le proteste. E molto di tutto questo verrà alla luce in seguito, ne sono certo, perché molti dettagli non sono ancora noti. Ci vorrà quindi un po’ di tempo per fare delle ricerche e per far emergere tutti i fatti.
E poi la guerra con gli Stati Uniti e Israele. Quella è tutta un’altra storia, perché è devastante a un altro livello. Ora devi preoccuparti per la tua famiglia, per il benessere di tutti e per le infrastrutture del Paese che stanno andando in macerie. E sì, è semplicemente terribile. Anche se vivo lontano dall’Iran, non riesco a immaginare quanto sia difficile per chi vive lì.
Ma per noi stare lontani è anche molto angosciante: guardare da lontano senza poter condividere l’esperienza, le cose precise che stanno vivendo i tuoi amici e la tua famiglia. Quindi penso che anche il fatto di non poter fare nulla al riguardo e di essere lontani ti faccia sentire un po’ in colpa. Il fatto che stia succedendo qualcosa alle persone a me care e io sia lontano e non stia vivendo davvero lo stesso trauma.
Mattia
Situazione molto complessa.
Amir
Direi proprio di sì.
Mattia
Verso la fine del film la tua protagonista decide di affrontare direttamente le proprie paure. E così facendo in un certo senso le neutralizza. Il cinema può essere uno strumento per superare la paura?
Amir
Assolutamente sì. Uno dei suoi maggiori vantaggi è proprio quello di permettere di immaginare come potrebbe essere la vita. Le tue fantasie prendono vita. Quindi affrontare le proprie paure è una sfida importante che si può superare grazie all’arte e al cinema.
Mattia
Tra un paio d’ore il proiettore si accenderà e la sua luce si rifletterà sul grande schermo bianco di questo teatro naturale. Se potessi rivolgere un messaggio a ciascuna delle persone che stasera vedranno il tuo film, cosa diresti loro?
Amir
Credo che, vista la situazione attuale del mondo, il gesto più grande che chiunque possa fare sia quello di ampliare i propri orizzonti e cercare di comprendere tutti, anche chi non ti assomiglia necessariamente o non parla la tua stessa lingua. Basta semplicemente ampliare la propria prospettiva per includere tutti e anteporre l’umanità alla nazionalità o alla religione.
Mattia
Bellissimo. È un messaggio che condividiamo pienamente. Grazie mille, Amir, per essere stato con noi. È stato un piacere averti ospite nel nostro podcast. Goditi il resto del festival e ti auguro una splendida serata.
Amir
Grazie ancora per avermi ospitato, a presto.
Mattia
Un caloroso saluto anche ai nostri ascoltatori. Appuntamento alla prossima puntata di Voice Over. Se questo episodio vi è piaciuto, condividetelo, lasciate un commento e seguiteci sui nostri social.